Ss. Trinità di Rublev - Abbazia Benedettina di Finalpia

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Ss. Trinità di Rublev

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Andrej Rublev (1360-1430)
Andrej Rublev è il sommo iconografo russo, la Chiesa Ortodossa russa lo ha proclamato Santo.
La sua icona della Trinità, dipinta tra il 1422 e il 1427 e conservata oggi nel Museo Tretjakov di Mosca, è universalmente ritenuta un capolavoro, sia dal punto di vista artistico che teologico.
Come afferma Daniel Rousseau "questa icona non intende rappresentare concretamente le tre persone della Santissima Trinità. Come lo potrebbe, dato che la divinità non può essere rappresentata per sua essenza?".
Il soggetto dell'icona della Trinità, che riprende l'iconografia del celebre prototipo di Rublev, si basa sul racconto dell'"Ospitalità di Abramo" (Genesi 18), che narra l'incontro avvenuto presso il querceto di Mamre, tra Abramo, capostipite del popolo eletto, e tre pellegrini, che la Bibbia chiama "angeli". Durante quest'incontro i tre annunciano al patriarca la nascita del figlio Isacco.
A partire dal IX secolo nei testi liturgici orientali l'episodio viene considerato come l'apparizione ad Abramo della Santa Trinità.
Il momento rappresentato nell'icona è quello in cui i tre "uomini" sono seduti a mensa. Essi sono messaggeri, cioè angeli del Signore, sono perciò raffigurati con ali, come vuole l'iconografia tradizionale. Altri elementi che legano il testo della Genesi all'immagine sono la tenda di Abramo rappresentata come un palazzo (o un tempio) e un albero, la quercia. In più è presente l'elemento della montagna, probabilmente sia per un'esigenza di composizione, sia per il suo valore di luogo-simbolo di rivelazione.
Su questi elementi Rublev tesse una sottile trama di evocazioni simboliche, che hanno ricevuto molteplici interpretazioni.
La simbologia, tipica dell'iconografia tradizionale, si basa sul cerchio-comunione: le tre figure sono immerse in un armonioso colloquio che si esprime con sguardi e gesti che convergono sulla mensa, simbolo dell'Incarnazione e dell'Eucarestia.
Tutti sono d'accordo nell'individuare nei tre Angeli la Trinità di Dio, ma alcuni ritengono che il Padre sia al centro, il Figlio alla sua destra e lo Spirito Santo alla sua sinistra, altri vedono il Padre sempre al centro, il Figlio alla sua sinistra e lo Spirito Santo alla sua destra e altri ancora interpretano la figura centrale come quella del Figlio, al sinistra il Padre e a destra lo Spirito (quest'ultimo è l'ordine con cui sono nominati nel Credo).
La comune natura divina dei tre è sottolineata da: volti e figure giovanili e indentiche, aureole tutte uguali, dal colore azzurro (colore divino) e dallo scettro (segno della stessa autorità).
Analisi più dettagliata dell'icona della Ss. Trinità di Andrej Rublev
In occidente oggigiorno c'è un crescente interesse per le "icone", dal greco eikon, che significa "immagine". E' un genere di pittura a carattere religioso su pannello di legno che è nata e si è sviluppata in Oriente in ambiente greco-bizantino e russo-slavo nei secoli IV e V al tempo in cui l'arte Cristiana era ampiamente trattata. Le icone, inizialmente di grande formato, furono destinate alle Chiese e impiegate nelle processioni. Quando apparvero in formato ridotto (icone portatili) divennero sempre più ricercate come segni religiosi da tenere tra le pareti domestiche.
Sono molti i monaci e i santi che hanno pregato dipingendo icone e tra questi il più grande è il russo Andrej Rublev. Della sua vita si sa poco: nacque a Mosca intorno al 1370 e fu allievo e poi assistente di Teofane il Greco (altro grande autore di immagini sacre). Diventò monaco del Monastero Andronikov di Mosca dove trascorse la maggior parte della sua vita e vi  morì nel 1430 circa. Rublev fu canonizzato nel 1988 in occasione del Millennio del Battesimo della Russia, ma la sua fama di Santità ha attraversato i secoli insieme con le sue celebri rappresentazioni. La sua opera più conosciuta, l'icona della Santissima Trinità apparve in tutto il suo splendore verso il 1909 dopo un accurato restauro per ovviare all'oscuramento prodotto dalla fuliggine delle lampade e dell'incenso.
Il capolavoro di Rublev è tra le "immagini" più antiche del mistero trinitario e il Concilio dei Cento Capitoli di Mosca del 1551 dichiarò canonica la sua Trinità e stabilì che gli iconografi dovevano prendere esempio da quell'opera.
Il monaco russo, abituato alla contemplazione delle "cose celesti", trasfuse nelle sue opere un profondo spirito religioso che lo ispirò e che espresse attraverso una pittura notevolmente sensibile e fluida, dai colori molto delicati e armoniosi.
Com'è riuscito l'artista-monaco a parlare del mistero di Dio con l'immagine? Dal Vangelo di Giovanni 1, 18 leggiamo: "Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato".
Scrive San Giovanni Damasceno (675-749), grande teologo che difese l'uso delle immagini durante la crisi iconoclastica: "Dio che non ha né corpo né forma, non poteva essere rappresentato in alcun modo. Ma oggi si è fatto carne e ha vissuto fra gli uomini, si può rappresentare il visibile di Dio".
Delle tre divine persone dunque soltanto Gesù Cristo incarnatosi, è raffigurabile. E, a partire dai fatti, gli artisti non hanno esitato a trasporre in immagini anche il "mistero centrale della fede e della vita cristiana", avvalendosi della simbologia delle linee, delle forme geometriche, dei colori, delle posizioni del corpo, della testa, degli atteggiamenti del volto, dei gesti delle mani, traendo elementi dalla natura e dall'esperienza umana.
Ciò che la Scrittura ci insegna con le parole è presentato in questa icona, dove ogni particolare non è lasciato alla libera fantasia dell'artista, ma ha un suo preciso e universale significato teologico.

Accostiamoci all'icona e osserviamola attentamente, tenendo presente la ricchezza dei simboli usati dal pittore per sottolineare la comune natura divina dei Tre e la Loro identità.
Essi sono raffigurati come Angeli con le ali, i Loro volti sono uguali e nessuno è più giovane o anziano dell'altro: in Dio non c'è un prima e un dopo, ma un perenne oggi. Tutti e tre tengono in mano il bastone del viandante, segno della stessa autorità; anche le aureole, di giallo luminoso, sono tutte e tre uguali senza alcun segno di distinzione e ancora l'azzurro, colore divino, è in tutte e tre le figure che sono sedute su troni uguali, segno della stessa dignità.

Nonostante la Loro somiglianza, gli angeli hanno però identità diverse riferite alla loro azione nel mondo. L'identificazione è suggerita dai colori degli abiti, dalle posizioni dei corpi, dai gesti delle mani, dalla testa, dalla simbologia delle forme geometriche. L'atteggiamento delle tre persone divine, disposte a cerchio aperto verso chi guarda e in conversazione tra di Loro, esprime l'Amore trinitario: l'angelo al centro con la tunica rosso-porpora, il colore dell'amore che si dona sino al sacrificio, ha il mantello azzurro che lascia scoperta una spalla: è il Figlio, figura centrare delle Redenzione, è ripreso nel momento in cui ritorna all'interno della Trinità. Due dita della mano destra appoggiata alla mensa rivelano la duplice natura: umana e divina.

L'angelo di destra sembra sul punto di mettersi in cammino e raffigura lo Spirito Santo che sta per iniziare la Sua missione: è rivestito di un manto verde, segno di speranza. Ha un atteggiamento di assoluta disponibilità e di consenso alle altre due figure. Entrambi hanno il viso rivolto verso il Padre, che li ha mandati.
E' Lui il punto di partenza dell'immagine. Il mantello ha i colori regali: oro e rosa con riflessi verdi, simbolo della vita. Al centro della mensa luminosa sta un calice-coppa con dentro l'agnello.
Se si osserva attentamente l'immagine, l'angelo centrale (Figlio) è contenuto nella coppa formata dai contorni interni degli altri due angeli (Padre e Spirito).
"La coppa, punto di convergenza dei tre - spiegò Filarete, metropolita di Mosca, in un'omelia del 1816 - contiene il mistero dell'amore del Padre che crocifigge, l'amore del Figlio crocifisso, l'amore dello Spirito che trionfa con la forza della croce".

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