Trappisti - Finalpia

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Trappisti

Monachesimo > MONACI
VITA NEL SILENZIO

Nel chiostro di ogni Abbazia c'è un giardino.
Quando Dio creò l'uomo lo collocò in un giardino, dove lui incontrò la morte.
In un giardino era il sepolcro da dove uscì Colui che la morte vinse.
Nell'antica lingua persiana  Paradiso significa giardino .
Uno scorcio di cielo si affaccia sul giardino di ogni chiostro.

Il chiostro di Finalpia
In un monastero la cosa più importante è il Verbo di Dio che viene silenziosamente in mezzo ai monaci e con loro beve e mangia. La Divina Sapienza che non solamente dà loro da bere la sua acqua, ma si rallegra con i figli degli uomini.
I monaci si offrono l’un l’altro un atmosfera di raccoglimento, di solitudine, di preghiera e, proprio per questo possono raggiungere quel supremo fine della vita monastica che è il segreto banchetto spirituale, la festa in cui il Verbo si siede alla tavola coi suoi diletti e in loro compagnia trova gioia e consolazione. E' lì che dice: "Sono venuto nel mio giardino ... ho mangiato il mio favo e il mio miele, ho bevuto il mio vino e il mio latte. Mangiate, amici, bevete, inebriatevi, o miei diletti !" (Cantico dei Cantici, 5 - 1).
Uno scorcio del Deserto di Sin




Il deserto che durante l'Esodo il popolo ebreo dovette affrontare, prima di raggiungere la Terra Promessa, era simile  al deserto di Sin.
Non si trattava difatti di un mare di dune di sabbia, come si vedono nel Sahara, ma di un succedersi di rilievi e pianori che le periodiche piogge ricoprivano di pascoli tanto lussureggianti, quanto precari. Per questo il popolo aveva potuto portare con sé una grande quantità di bestiame.
Nella vita cenobitica la comunità ha una funzione essenziale per lo sviluppo della vita spirituale del monaco ma l’orizzonte monastico, rimane pur sempre l’orizzonte del deserto ...
"Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. ... Là canterà come nei giorni della sua giovinezza…". (Osea cap. 2,16).
Il monaco ha gli occhi al deserto e le sue orecchie non sono tese alle eco dell’apostolato che assale le città del nemico delle anime, ma al silenzio delle remote montagne, dove Dio e il nemico si trovano a faccia a faccia in una misteriosa battaglia, di cui la battaglia del mondo non è che un riflesso.
La Chiesa monastica è la Chiesa del deserto, la donna che è fuggita nel deserto per sottrarsi al dragone che cerca di divorare il Verbo fanciullo. È la Chiesa che con la sua preghiera ottiene forza per gli stessi apostoli, tanto spesso tribolati dal mostro e incapaci di pregare. La Chiesa monastica è quella che fugge in un luogo particolare, preparato per lei da Dio nel deserto, e nasconde il suo volto nel mistero del silenzio divino e, mentre si combatte l’immane battagli tra terra e cielo, prega.
Ma la fuga non è evasione. Se il monaco potesse comprendere quel che accade dentro di lui, direbbe di sapere che proprio il suo cuore è il campo dove si combatte la battaglia.
Il deserto e la solitudine si trovano
anche nel silenzio dei boschi.
Il monaco è libero della libertà dei figli di Dio, la sua pace non è di questo mondo: egli è nascosto con Cristo in Dio.
La vita monastica è tanto più nascosta quanto più è umile, solitaria e povera. Il monaco è per sua natura alieno dal ministero apostolico della predicazione quanto da prelature e dignità che lo esporrebbero alla vista degli uomini. Se, come gli Apostoli, egli è "spettacolo agli angeli e all’uomo", può esserlo solamente come esempio di un’oscura povertà da cui il mondo tende ad allontanarsi senza comprenderla. E il monaco, in cuor suo, aspira ad una solitudine sempre più grande, ad una sempre maggiore povertà ed umiltà. Se i disegni della divina Provvidenza possono, per qualche tempo, portarlo a svolgere un lavoro che lo espone alla vista della gente, egli sa, peraltro, che questo è un episodio del tutto occasionale nella sua vita; l’essenza della sua vocazione non cambia: rimane il richiamo alla solitudine, al nascondimento, alla rinuncia di sé.
È chiamato al deserto.
La pace della vita monastica non è una pace materiale, uno stato di agiata indolenza, garantita dalla mancanza di preoccupazioni e di responsabilità.
Riferendosi alla pace che soddisfa il corpo, invece che l’anima, Cristo disse d’esser venuto a portare "non la pace ma la guerra" (Mt. 10, 34).
La pace del monaco è in proporzione al suo distacco dalle cose della terra, e il distacco non si conquista senza dura battaglia. La pax monastica non è la pace di chi trova appagati tutti i suoi desideri e bisogni terreni, ma di chi, con la grazia di Dio e con il combattimento ascetico, si è fatto libero dalle cose materiali ed ha dedicato tutta la vita alla ricerca del Regno di Dio.
Entrare nel Regno di Dio significa rendermi conto che Dio si prende cura di me con affetto e interesse paterni e che, fatta sinceramente la mia parte, è normale che mi abbandoni totalmente in Lui.



Anche l'onda deve lottare,
per guadagnare la riva,

Tutta la giornata di silenziosa adorazione di chi sa immergersi abitualmente nella vita interiore prolunga la sua Messa e la sua Comunione Eucaristica, mantenendolo costantemente nel più intimo rapporto con Dio mediante una fede così pura e una carità così ardente che non trovano riscontro in alcun’altra forma di vita. Chi abitualmente coltiva la vita interiore vive come sepolto [immerso] nella speranza, con la mente e il cuore protesi di là da questo mondo, verso il Padre. Sempre sulla soglia dell’eterno, egli fissa lo sguardo nell’oscurità escatologica del futuro e si riempie i polmoni della purissima aria del mondo a venire. La purezza della sua fede, della sua speranza, del suo amore sono indispensabili alla vita dell’organismo mistico della Chiesa, e noi tutti ne traiamo grande profitto.



... E la gioia che un monaco eremita trae dalla sua vocazione di pura solitudine e di rinuncia è come un fiume che, per i segreti canali della Comunione dei Santi, va a rallegrare la città di Dio e a      irrobustire le braccia di quelli che nelle pianure faticano e combattono nel nome del Signore. Questo   eminente senso dell’unità nel Cristo è inseparabile dallo spirito "eucaristico" dell’eremita ed è la sorgente della sua lode. Anche se nella solitudine può capitargli di traversare momenti di terribile oscurità ed isolamento, anche se il senso di indigenza davanti a Dio e di smarrimento può aumentare con gli anni, l’eremita, tuttavia, non perde mai quella sua profonda solidarietà soprannaturale con tutto il Corpo Mistico di Cristo.









Uno tratto del corso del Giordano.
Né deve far meraviglia. Più che il predicatore o il missionario, spesso tutti presi nei particolari della loro opera e turbati da tante faccende di questo mondo, un monaco, per dono di Dio, può riuscire a comprendere in tutta la sua profonda realtà il fatto che con la sua Messa e con la sua Comunione egli è presente nel cuore degli uomini che non vedrà mai su questa terra, e sarà anche oscuramente rassicurato della validità del suo apostolato nascosto, che è tanto più efficace proprio in quanto è unicamente e integralmente soprannaturale, puro prodotto di virtù teologica e di preghiera diretta dallo Spirito Santo. Tutto quel che un monaco fa dovrebbe procurargli quella puritas cordis che consente l’unione contemplativa; due mezzi particolarmente efficaci sono il silenzio e la meditazione. Entrambe le cose hanno un’importanza vitale; nessuna delle due giova senza l’altra. Il silenzio senza la meditazione è morte e quasi tomba di un sepolto vivo; la meditazione senza il silenzio non viene a capo di nulla ed è come lo smaniare di un infelice chiuso in un sepolcro.
Uniti in spirituale connubio sono gran quiete dell’anima e culmine della contemplazione.
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