Benedettini - Finalpia

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Benedettini

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REGOLA BENEDETTINA
Questa particolare presentazione della Regola dev'essere letta senza premura, quasi assaporandola: vuole essere una Guida per chi vuole cercare Dio in un Monastero benedettino.
Ecco, sto alla porta e busso.
Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta,
io verrò da lui,
cenerò con lui ed egli con me (Ap. 3, 20).


Gesù è il volto di Dio
Siamo noi che, guardando verso di Lui, lo cerchiamo ?
- oppure -
sono i Suoi occhi che, fissi su di te, ti stanno cercando ?


INDICE


1
L'INCONTRO  


Sul monte Horeb, davanti al roveto ardente, Mosé disse:
"Voglio avvicinarmi a vedere" (Es.  3, 3 - 14)


Mentre saliva verso Gerusalemme, Gesù disse:
"Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse gia acceso !" (Lc.  12,49)



2
BENEDETTO



[Sui 20 anni] Benedetto ... bramava piuttosto sottoporsi a disagi e fatiche per amore di Dio, che non farsi grande negli onori di questa vita ...
Si diresse verso una località solitaria e deserta chiamata Subiaco, distante da Roma circa 40 miglia.. In quel luogo di solitudine ... si nascose in una stretta e scabrosa spelonca. Rimase nascosto lì dentro tre anni e nessuno seppe mai niente, fatta eccezione del monaco Romano.

(Dal II Libro dei Dialoghi di S. Gregorio Magno)       



Lumina si quaeris, Benedicte, quid eligis antra ?
      Quaesiti servant luminis antra nihil.
      Sed perge in tenebris radiorum quaerere lucem
      Nonnisi ab oscura sidera nocte micant.
(Se vai in cerca della luce, Benedetto,
      perché hai scelto gli antri ?
      Le caverne per nulla  racchiudono la luce che cerchi.
      Ma tu continua a cercarne i raggi nelle tenebre,
      perché solo in una notte fonda brillano le stelle).     
 


3
MONASTERI

In quegli anni lontani (si era verso il 500 d.C. )
Benedetto non era il solo a cercare Dio e così,
dopo circa tre anni di vita solitaria,
si ritrovò ad essere cercato come consigliere e guida
da molti di quelli che avevano
sete di Dio.


"Nella sua solitudine Benedetto progrediva senza interruzione sulla via della virtù ...  Attorno a sé aveva radunati molti al servizio di Dio onnipotente, in sì gran numero che, con l'aiuto del Signore Gesù Cristo, vi poté costruire dodici monasteri, a ciascuno dei quali prepose un Abate e destinò un gruppetto di 12 monaci. Trattenne con sé alcuni pochi ai quali credette opportuno dare personalmente una formazione più completa".
(Dal II Libro dei Dialoghi di S. Gregorio Magno)


l monastero di  Santa Scolastica
è l'unico monastero,
di quelli fondati da Benedetto
nella zona di Subiaco,
che è giunto fino a noi.



L'unico altro monastero, fondato da Benedetto
e che è giunto fino a noi, è quello di
Montecassino.


L'esperienza personale e la conoscenza di altre forme di monachesimo, sia occidentali che orientali, portarono
S. Benedetto a scegliere per i  suoi seguaci il cenobitismo ( = vita comune).





Ingresso al Monastero del
Sacro Speco
dove si trova inglobata
la Grotta di Benedetto
4
LA PORTA
Varcare oggi la porta  di un Monastero
     significa cercare Dio non più da soli,
     ma con altri che, come noi,  
hanno scelto LUI, prima di tutto.



Ingresso
del Monastero di
Finalpia

Ma occorre tener presente che - oltre quella porta - non c'è il Paradiso e non vi si incontrano i Beati del Cielo, ma creature umane come noi.
Vi troveremo perciò persone che, pur nutrendo aspirazioni ammirevoli, non sono prive delle imperfezioni e dei limiti propri di chi vive in questo mondo.








Ingresso antico del Monastero di
Montecassino


5
PERCHE'  SI  ENTRA  IN  MONASTERO  ?

Quando si "bussa" alla porta di un monastero, la prima domanda che ti viene fatta è:
"Amice, ad quid venisti ? "
Amico, a quale scopo sei venuto ?.
E' questa una domanda che difficilmente viene rivolta in modo diretto, ma che si respira nell'aria.

La risposta non potrà essere che una sola:
"A cercare Dio !".
Questa risposta la si dovrà dare, più che con le labbra, con il proprio stile di vita.
6
SILENZIO E SOLITUDINE
I  Monasteri sono nati in  luoghi isolati ...

Novalesa (VIII sec.), Val di Susa (TO)
Con il tempo, si sono si sono ritrovati
immersi nel tessuto urbano.

S. Giustina di  Padova (IX sec.)



DEUS SOLUS, SOLUS DEUS
Dio solo, null'altro che Dio.

Nella   giornata del monaco ci sono pure degli spazi
riservati alla ricreazione in comune,

alla quale tutti i monaci sono chiamati a partecipare.

La ricerca di isolamento vuole esprimere la separazione
tra i monaci ed il mondo circostante.
Nel mondo, oltre che per Dio, si può vivere
per molti altri buoni motivi:
... la famiglia, la professione, la politica, l'arte ...
Il monaco invece ha scelto Dio.
Ma sarebbe più appropriato dire che
DIO LO HA SCELTO !


L'ISOLAMENTO dal mondo,
segnato dalle mura attorno al Monastero,
viene rimarcato con il SILENZIO,
che abitualmente regna all'interno
anche tra i monaci.

Il  silenzio favorisce nel raccoglimento interiore:
VIVERE INTERIORMENTE UNITI A DIO.

7
LA SCALA
  In un Monastero c'è un atmosfera di quiete e di silenzio, ma è tutt'altro che un luogo di riposo.
La sete di Dio non viene soddisfatta solo dalla quotidiana meditazione (ruminatio) della Bibbia e dei Padri della Chiesa, o dai canti e dal profumo d'incenso di solenni funzioni liturgiche.
Ogni monaco deve cimentarsi - alla scuola di Benedetto - a salire, uno per volta, i 12 gradini di una
scala impervia: quella della vittoria su sé stesso.

Il clima di silenzio di un Monastero non esclude che, nelle quotidiane incombenze (portinaio,  bibliotecario, apicoltore, studioso, rilegatore, cuoco, restauratore di libri antichi, ortolano ...) si debba comunicare con gli altri: tanto più se consideriamo i momenti comunitari (i pasti in refettorio, le preghiere in comune, le ricreazioni ...).
Orbene, in ognuno di noi c'è il naturale impulso ad affermarsi agli occhi degli altri.
Anche quando facciamo del bene c'è in noi - non raramente - un tale recondito desiderio di essere apprezzati per ciò che facciamo da giungere persino a provare un senso di frustrazione se non cogliamo segni di riconoscenza in chi abbiamo beneficato.

"I re delle nazioni le governano e coloro che hanno il potere su di esse
si fanno chiamare benefattori.
Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo
e chi governa come colui che serve.  
Infatti chi è più grande, chi sta a  tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola?
Eppure io  sto in mezzo a voi come colui che serve" (Lc 22, 25).

C'è nell'uomo la sottile tentazione di voler "fare il "benefattore",
cioè di gestire la felicità altrui, perché nessuno di noi ama unicamente servire.
Imparare invece a servire, cioè a vivere per gli altri,
cercando - dimentichi di sé stessi - il compiacimento (la soddisfazione ... la gioia) altrui,
richiede una costante lotta interiore contro sé stessi.
Ma è così che, secondo le parole di Gesù, si scopre - anche negli altri - Dio,
e proprio quel Dio che noi andiamo cercando !

"In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli,
l'avete fatto a me" (Mt 25,40).

Tale lotta interiore è quella che ci fa "correre nella via dei divini comandamenti,
con il cuore dilatato dall'inenarrabile dolcezza dell'amore".
Dilatato corde inenarrabili dilectionis dulcedine curritur via mandatorum Dei (Prologo della Regola).

8
BERNARDO


Può sorprendere che illustrando la vita monastica si parli di inenarrabile dolcezza dell'Amore.
Eppure, basta leggere alcune pagine scritte da quel grande monaco che fu S. Bernardo di Chiaravalle,  per avere un'idea della delicatezza dei sentimenti che - anche nel chiuso di un chiostro - possono vibrare nell'animo di chi "cerca veramente Dio"(revera Deum quaerit).
San Bernardo, abate e dottore della Chiesa,nella liturgia è chiamato: "Lampada che arde e risplende".  
Bernardo (Digione, Francia, 1090 - Clairvaux (Chiaravalle) 20 agosto 1153), dopo Roberto, Alberico e Stefano, fu padre dell'Ordine Cistercense. L'obbedienza e il bene della Chiesa lo spinsero spesso a lasciare la quiete monastica per dedicarsi alle più gravi questioni politico-religiose del suo tempo. Guida spirituale ed educatore di generazioni di santi, lascia nei suoi sermoni di commento alla Bibbia e alla liturgia un eccezionale documento di teologia monastica tendente, più che alla scienza, all'esperienza del mistero. Ispirò un devoto affetto all'Umanità di Cristo e alla Vergine Madre.
Voglia il Cielo concederci di essere, come lui, afferrati dall'amore del Verbo di Dio fatto uomo !









Lippi Filippino +1604
l'apparizione della Madonna
a Bernardo intento a scrivere,
rappresenta il suo grande Amore
per la Madre del Signore.
Riportiamo qui di seguito un brano del commento al "Cantico dei cantici", scritto da S. Bernardo
L'amore è sufficiente per se stesso, piace per se stesso e in ragione di sé.
E' a se stesso merito e premio.
L'amore non cerca ragioni, non cerca vantaggi all’infuori di sé.
Il suo vantaggio sta nell'esistere.
Amo perché amo, amo per amare.
Grande cosa è l'amore se si rifà al suo principio, se ricondotto alla sua origine, se riportato alla sua sorgente.
Di là sempre prende alimento per continuare a scorrere.  

L'amore è il solo tra tutti i moti dell'anima, tra i sentimenti e gli affetti, con cui la creatura possa corrispondere al Creatore, anche se non alla pari; l'unico con il quale possa contraccambiare il prossimo e, in questo caso, certo alla pari.
Infatti quando Dio ama, altro non desidera che essere amato.
Non per altro ama, se non per essere amato, sapendo che coloro che l'ameranno si beeranno di questo stesso amore. L'amore dello Sposo ( Cristo, n. d. r.), anzi lo Sposo-amore cerca soltanto il ricambio dell'amore e la fedeltà.
Sia perciò lecito all'amata di riamare.
Perché la sposa (l'anima, n. d. r.), e la sposa dell'Amore non dovrebbe amare ?   
Perché non dovrebbe essere amato l'Amore ?
Giustamente, rinunziando a tutti gli altri suoi affetti, attende tutta e solo all'Amore, ella che nel ricambiare l'amore mira a uguagliarlo.  
Si obietterà, però, che, anche se la sposa si sarà tutta trasformata nell'Amore, non potrà mai raggiungere il livello della fonte perenne dell'amore.
È certo che non potranno mai essere equiparati l'amante e l'Amore, l'anima e il Verbo, la sposa e lo Sposo il Creatore e la creatura.  
La sorgente, infatti, dà sempre molto più di quanto basti all'assetato.

Ma che importa tutto questo ?
Cesserà forse e svanirà del tutto il desiderio della sposa che attende il momento delle nozze, cesserà la brama di chi sospira, l'ardore di chi ama, la fiducia di chi pregusta, perché non è capace di correre alla pari con un gigante, gareggiare in dolcezza col miele, in mitezza con l'agnello, in candore con il giglio, in splendore con il sole, in carità con colui che è l'Amore ?
No certo.
Sebbene infatti la creatura ami meno, perché è inferiore, se tuttavia ama con tutta se stessa, non le resta nulla da aggiungere.  
Nulla manca dove c'è tutto.
Perciò per lei amare così è aver celebrato le nozze, poiché non può amare così ed essere poco amata.
Il matrimonio completo e perfetto sta nel consenso dei due; a meno che uno dubiti che l'anima sia amata dal Verbo, e prima e di più.


9
OPUS DEI
(Ufficio divino)


Non importa se l'Opus Dei
viene celebrato in un ambiente modesto ...

Monaci in preghiera a Novalesa
Anche se Novalesa ora è solo più
un piccolo Priorato,
è pur stata una grande Abbazia.
Quando Carlo Magno vi passava,
scendeva nel cuore della  notte
a recitare l'Ufficio con i monaci.

... O se la voce orante dei monaci
si levi in splendidi ambienti, dove
nei secoli si sono accumulati
preziosi tesori d'arte.
Chi vive nel chiostro, deve adottare come propria opera particolare l'Ufficio divino, col quale direttamente attendere a Dio.
Come si potrebbe cercare Lui veramente "si revera Deum quaerit", senza pensare in primo luogo a Lui, alle Sue perfezioni, alle Sue opere: "Et laudabunt Dominum qui requirunt eum (Salm. XXI, 27)?
" Più Lo troviamo, più si rivela a noi, e più anche ci sentiamo attirati a celebrarne le perfezioni e i doni: "Quaerentes enim invenient eum, et invenientes laudabun eum" (Sant’Agostino).

Perciò San Benedetto, dopo aver indicato lo scopo della vita monastica, e definita la società cenobitica, dopo aver dimostrato come l'umiltà allontana tutti gli ostacoli dalla via di perfezione ci parla dell'Ufficio divino; e lo regola minutamente.
Non lo considera come opera esclusiva, né come fine della vita monastica; ma come opera principale, alla quale si subordineranno le altre, tanto nell'estimazione che nel fatto.
"Nihil Operi Dei praeponatur" (Nulla sia anteposto all'Ufficio divino) - Regola: cap. 43.
Nella scuola del divino servizio: (Dominici schola servitii), l'Ufficio divino è il primo atto di devozione: "Devotionis servitium".

Il Santo Fondatore non esclude le altre opere.
La storia, come pure la tradizione che dobbiamo considerare con umile rispetto, ci mostrano come l’Ordine Benedettino abbia compiuto, nel corso de secoli, molte e varie incombenze utili alla cristiana civiltà.  
Ma è pur vero che l'opera per esso più importante, e alla quale più si deve attendere, è la lode divina, la quale è pure, unitamente ai Sacramenti, il mezzo più sicuro per l'unione con Dio: l'Ufficio divino che tanto lo glorifica, diventa per ciascun monaco una sorgente abbondantissima di santità.

Il benedettino  Beato Alfredo Ildefonso Schuster, già Card. Arcivescovo di Milano, era solita fare una bellissima riflessione per coloro che ritengono che chi prega non serva a nulla.
In una barca non tutti devono buttarsi dal lato dove si stanno tirando a bordo le reti, ma alcuni devono starsene fermi dal lato opposto, altrimenti la barca si rovescerebbe.
Così nella Chiesa, mentre c'è chi lavora in mezzo alla gente, occorre che ci sia chi si dedichi alla preghiera affinché l'Azione Divina renda efficace l'Apostolato attivo.


10
I SALMI

Una parte ragguardevole dell’Ufficio divino è costituito da salmi.
Composti per divina ispirazione, i salmi si trovano raccolti nelle Sacre Scritture. Risulta che fin dagli inizi della Chiesa essi sono serviti meravigliosamente a nutrire la pietà dei fedeli. Difatti i cristiani mediante i salmi offrivano continuamente a Dio il sacrificio di lode, cioè il frutto delle labbra che rendevano omaggio al suo nome (cfr. Eb 13,15; Os 14,3). Da essi nacque quella "VOCE   della Chiesa che risuona incessantemente davanti al trono di Dio e dell'Agnello". Tale voce è espressa, in modo specifico, proprio dai  MONACI. Sono difatti i salmi che soprattutto, secondo sant'Atanasio, insegnano agli UOMINI CONSACRATI AL CULTO DIVINO "in che misura si debba lodare Dio, e con quali parole rendergli decorosamente omaggio". Egregiamente dice a tal proposito Agostino: "Per essere opportunamente lodato dall'uomo, Dio stesso si è lodato; e poiché si è degnato di lodare se stesso, per questo l'uomo ha trovato come lo possa lodare ".

Nei salmi si trova una sorprendente efficacia per suscitare negli animi di tutti il desiderio delle virtù. Benché, infatti, tutta la Scrittura, e antica e nuova, sia divinamente ispirata e utile all'istruzione (cfr. 2 Tm 3, 16), il libro dei salmi – secondo sant'Atanasio è – per così dire, il  giardino paradisiaco nel quale si possono  cogliere i frutti di tutti gli altri testi ispirati; per poi aggiungere: "In verità, a me che innalzo canti, i salmi sembrano essere come degli specchi in cui uno contempla se stesso e il suo stato interiore e da ciò si sente animato a recitarli" ...  

Sant’Agostino nelle Confessioni esclama: "Quanto ho pianto al sentire gli inni e i canti in tuo onore, vivamente commosso dalle voci della tua Chiesa, che cantava dolcemente! Quelle voci vibravano nelle mie orecchie e la verità calava nel mio cuore e tutto si trasformava in sentimento di amore e mi procurava tanta gioia da farmi sciogliere in lacrime ".

I salmi accendono l'amore a Cristo perché sono come un quadro che presenta ben delineata l'immagine del Redentore. Giustamente dunque Agostino "sentiva in tutti i salmi la voce che esultava o che gemeva, che si allietava nella speranza o che sospirava la meta".

11
IL CORO

Il coro della cappella monastica di Finalpia è una festa per gli occhi di coloro che la visitano ed una gioia per gli occhi interiori di chi vi prega.
I  misteri dell'anno liturgico rappresentati da Personaggi angelici (con al centro CRISTO nel Mistero Pasquale) e la solenne Processione dei Santi (con la centro Maria SS. ma) introducono in un'atmosfera che richiama alla mente la Liturgia celeste del l'Apocalisse.

Quando viene dato il segnale dell'Opus Dei, la mano del Signore chiama tutti i monaci a riunirsi nel coro. Ma in realtà essi sono chiamati sempre nell'unico tempio spirituale che è il Cristo stesso; quindi sono anzitutto chiamati a entrare nella profondità del proprio essere, che è il vero tempio della SS. Trinità, dove il Cristo, divino liturgo, celebra incessantemente i suoi misteri di salvezza.
Ogni volta che sono chiamati alla preghiera, il movimento da farsi immediatamente non è dunque soltanto quello esterno di lasciare e andare tutto il resto, ma anche quello interiore, ossia di penetrare nel santuario del cuore, per trovarvi la zona del silenzio, del contatto con l'Invisibile, con Dio.
Da questo, il bisogno del silenzio.
Se con il segnale dell'Opus Dei non si entra ancora nel vero silenzio, facilmente si entra in coro trascinandosi dietro un po' di frastuono!
L'ordine e il modo stesso in cui viene svolta la liturgia delle ore - alternando cioè il canto all'ascolto, al silenzio - sul ritmo delle ore diurne e notturne, secondo i tempi liturgici e le stagioni, sta a indicare la stretta corrispondenza che intercorre tra il ritmo del tempo e il ritmo vitale dell'uomo, la cui esistenza dev'essere un fluire nell'eterno mediante la "respirazione" che è la preghiera. Così come l'abba Antonio raccomandava ai primi discepoli del deserto: Christum semper respirare.

Poiché Cristo è il vero giorno, mentre i monaci corrono dietro alle ore della luce naturale, visibile ai nostri occhi corporei, corrono pure dietro al giorno che è Cristo stesso, e vengono introdotti nella luce intramontabile che ora possono vedere soltanto con gli occhi della fede. Il giorno solare è infatti un segno della vera luce, che è Cristo; quindi ogni giorno, celebrando l'Opus Dei, i monaci camminano processionalmente dietro l'Agnello, passando di Ora in Ora - come di colle in colle - nel regno dei cieli. In tal modo si fa passare l'ora di questo mondo nell'eternità, si inserisce la nostra lode, che risuona nel tempo, nella lode che risuona davvero incessante nell'assemblea della celeste Gerusalemme.

La consapevolezza che la preghiera corale liturgica è congiunta con la liturgia del cielo deve confortare, poiché la fragilità e l’incapacità dei monaci sono sostenute dalla perfetta armonia del coro degli angeli e dei santi. Alle note a cui i monaci non arrivano, arrivano loro, che suppliscono anche al poco fervore di chi prega in coro.

Un antico abate (Doroteo di Gaza) diceva che prima di pronunciare qualsiasi parola, di fare qualsiasi gesto liturgico, bisogna "gettare in Dio la propria impotenza". Quando ci si dispone alla preghiera, bisogna ricordarsi dunque di gettare in Dio la propria impotenza e di lasciarsi semplicemente prendere dalla sua bontà, afferrare dalla potenza del suo Spirito che può pregare in noi come veramente si deve pregare, secondo Dio. Non è il caso di sgomentarsi neppure se talvolta si vada alla preghiera con uno stato d'animo un po' abbattuto: è umano essere soggetti a queste alternanze di serenità e di angustia. Occorre tener però sempre ferma la convinzione che noi siamo il luogo di preghiera dello Spirito Santo.
Egli prega bene anche quando noi siamo stanchi o un po' depressi.

L’attenzione del monaco deve perciò tendere a disporlo come un luogo accogliente, il più possibile pulito, ordinato, non ingombro di cose che sono inconciliabili con la santità di Dio, dell'Ospite orante.

Attenzione, soprattutto, alla purità di mente e di cuore, e per il resto accettare pure i propri limiti. Anche i monaci sono pur sempre dei principianti nella lode di Dio, ma li sostiene, come già è stato detto, tutto il coro della Gerusalemme celeste.

Il coro è strutturato in modo che si formi come una schiera, come una falange fraterna di sostegno.
I monaci possono dunque contare non solo sul sostegno dei fratelli primogeniti che già cantano in cielo, ma anche sul sostegno di quelli che vivono, itineranti sulla terra, accanto a loro e che con loro pregano nello stesso coro. Il fervore di tali confratelli, la santità della loro preghiera, la purità della loro ricerca di Dio, sono di aiuto e sollevano.


12
CONCLUSIONE

Come già Mosè, nella solitudine del monte Horeb, condusse il suo gregge nei luoghi più segreti del deserto, e là vide il cespuglio fiammeggiante e udì la Voce che parlava e dalla Voce apprese l’inesprimibile e Santo Nome di Dio, così anche il monaco si addentra nel deserto del silenzio e della perfetta solitudine per trovarvi Dio. Là egli trova il "cespuglio fiammeggiante" - il suo stesso spirito - che arde del fuoco di Dio, senza esserne mai consumato.
... Dio è il Dio Vivente, che arde come un’intangibile fiamma nella sostanza del nostro stesso spirito che da Lui trae vita.
Questo Dio possono conoscerlo solo le anime che ardono di fuoco divino.
La Fiamma di Dio è la Fiamma stessa della vita, dell’Essere infinito, dell’assoluta Realtà.  
Solo quelli che hanno abbandonato ogni menzogna, ogni illusione, ogni inganno e tutto ciò che non è reale lo conoscono. Ma più ancora, essi devono abbandonare sé stessi.
E nel levarsi di là da sé stessi, essi divengono sé stessi più perfettamente, non più in sé stessi, ma in Lui la voce che costoro odono non è più allora la voce di un’intuizione filosofica, non più l’eco delle parole della divina rivelazione, ma la stessa sostanza della Realtà, la Realtà non come concetto, ma come Persona: "Io sono Colui che c'è".  
"E tu anche, chiunque sia che abiti in solitudine e fai vita eremitica o cenobitica, come avrai raccolto le pecorelle dei tuoi semplici pensieri e degli umili affetti nell’intimo segreto della devota intenzione, subito vedrai illuminarsi di divino splendore il roveto della tua miseria che per l’innanzi non ti ha germinato che triboli e spine; e comincerai a glorificare e portare Dio nel cuore e nel corpo tuo. Egli è infatti quel fuoco divino che non brucia, ma illumina; non consuma, ma risplende ... e  il roveto che arde e non brucia, è la natura umana che arde nel fuoco del divino amore, pur rimanendo integra e illesa".


U N A  R I C E R C A  D I  D I O


F I N E
A questo punto riportiamo l'intero ultimo vapitolo della Regola
Capitolo LXXIII
La modesta portata di questa Regola
Abbiamo abbozzato questa Regola con l'intenzione che, mediante la sua osservanza nei nostri monasteri, riusciamo almeno a dar prova di possedere una certa rettitudine di costumi e di essere ai primordi della vita monastica.
Del resto, chi aspira alla pienezza di quella vita dispone degli insegnamenti dei santi Padri, il cui adempimento conduce all'apice della perfezione.
C'è infatti una pagina, anzi una parola, dell'antico o del nuovo Testamento, che non costituisca una norma esattissima per la vita umana?.
O esiste un'opera dei padri della Chiesa che non mostri chiaramente la via più rapida e diretta per raggiungere l'unione con il nostro Creatore?
E le Conferenze, le Istituzioni e le Vite dei Padri, come anche la Regola del nostro santo padre Basilio,
che altro sono per i monaci fervorosi e obbedienti se non mezzi per praticare la virtù?
Ma per noi, svogliati, inosservanti e negligenti, ciò è motivo di vergogna e di confusione.
Chiunque tu sia, dunque, che con sollecitudine e ardore ti dirigi verso la patria celeste, metti in pratica con l'aiuto di Cristo questa modestissima Regola, abbozzata come una semplice introduzione,
e con la grazia di Dio giungerai finalmente a quelle più alte cime di scienza e di virtù, di cui abbiamo parlato sopra. Amen.
Fine della Regola

Post scriptum
Nelle 12 parti di questa pagina (da 1 - L'incontro, fino a 12 - Conclusione) si è cercato di illustrare la Regola di S. Benedetto con fotografie, commenti e citazioni da vari testi di spiritualità.
Ci teniamo a ricordare in particolare gli apporti del monaco trappista Thomas Merton e della Badessa benedettina Annamaria Canopi.



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